Dore: “La mia competenza per la Sardegna” (intervista a cura di Virginia Saba)

    L’Isola provata non ha più niente da chiedere ai trascinatori di folle. La speranza dei sardi vacilla, invoca ora più che mai una serietà che sia indiscutibile, idee che siano concrete, una competenza specifica. Avanzare una candidatura alle regionali, in un momento di allarme, oltre ad essere un gesto coraggioso pretende responsabilità. Giovanni Dore, nella lista Rossomori e tra i fondatori del movimento “Sardegna pulita” (che ha raccolto i 270 fuoriusciti dall’IDV a seguito delle inchieste sul peculato a carico dell’attuale segretario Uggias), si è fatto avanti con tutti i requisiti in mano.

    «Ho sempre profuso impegno e serietà nella mia professione di avvocato, lavorando anche in Europa, quanto nella mia carriera politica in consiglio comunale nella città di Cagliari, e vorrei mettere a disposizione tutta la mia esperienza in relazioni tra diritto nazionale e comunitario. Ormai dobbiamo puntualmente farci i conti e serve competenza, sennò si rischia di perdere tempo o commettere clamorosi errori, come accaduto troppe volte in passato».

    Ridare vita all’Isola, ma come?

    «Innanzitutto con un’agenzia delle entrate sarda che si occupi di recuperare tutte le somme che ci deve lo stato. Si procederebbe con una divisione dei tributi, scontati gli arretrati. Un modo per darci respiro per poi riprogrammare e ridurre la spesa, senza tagli lineari, che graverebbero sui più poveri, sui malati e gli anziani».

    Eppure potenzialmente il turismo potrebbe da sé risolvere molti problemi di introiti.

    «Ma le statistiche dicono che se cala l’offerta nel settore trasporti crollano le richieste, nulla serve se non ripartiamo da una buona continuità territoriale e rompiamo questo isolamento. Ed un offerta turistica appetibile tutto l’anno fatta di accoglienza, decoro e servizi di qualità. Solo Cagliari (ed in qualche misura) Alghero hanno potenzialità per un turismo per tutto l’anno. Per il resto dell’isola bisogna creare una sinergia permanente tra zone costiere e quelle dell’interno, in modo che funzionino da vasi comunicanti e diano da vivere bene a tutti».

    Se il turismo è ricchezza e lavoro, le imprese immerse nella crisi, comprese le famiglie, continuano a subire costi energetici sopra la media nazionale ed europea.

    «Serve un nuovo piano che tenga conto delle nuove fonti energetiche, degli inutili accumuli e dell’incostanza di erogazione. Un limite da abbattere per ottimizzare le risorse e dare competitività alle imprese. Diversamente, tendendo alti i costi dell’energia, produrre non conviene più. Anche in questo caso la partita con l’Europa è stata giocata tardi e male. Ed ora il deserto».

    Tutto è strettamente collegato, gli interventi pretendono una visione di insieme affinché siano efficaci. Ma qual è la vera forza dell’Isola? Dove devono incanalarsi tutto questo sforzi?

    «Se non si può competere coi grandi mercati per il deficit determinato dalla nostra condizione insulare, dobbiamo puntare sulla specificità dei prodotti locali. Dai piccoli alberghi, alle botteghe artigiane, alla nostra storia e cultura. Solo l’agroalimentare può diventare sia produzione di nicchia che industria competiva (Arborea docet). Questa le nostre carte vincenti che possono attrarre turismo ed interesse da tutto il mondo».

    La vecchia giunta ha speso molto del suo tempo con la Zona Franca.

    «Fin troppo. Una battaglia per “fabbricare” consenso col minimo sforzo; e senza utilità pratica. Come per le province: anziché fare una buona legge coraggiosa, i Riformatori e Cappellacci hanno cavalcato i referendum, sostituito i presidenti eletti con dei burocrati che rispondono solo al Presidente. Ma le province sono ancora lì nel caos istituzionale».

    Quindi che si fa ?

    Mettiamo assieme le migliori energie e competenze in materia giuridica, fiscale e comunitaria ed apriamo una vertenza – seria – con lo Stato e con ‘Europa: le statistiche dicono che un’ isola ha un deficit strutturale determinato appunto dalla propria condizione di insularità. Ed allora facciamo un patto: per 10 anni tagliamo le tasse di una percentuale X per tutti e poi vediamo i benefici. Ma chi inquina, avrà il taglio soltanto se sarà in grado ridurre in Sardegna – non altrove – le proprie emissioni. Perché l’ambiente e la vivibilità saranno la nostra carta di credito per comprarci un roseo futuro».

      (1709)

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